Due chiacchiere con Marco Loffi

Consigliere comunale e medico, ci racconta del suo lavoro di lotta all’emergenza Covid


Marco, che ruolo hai avuto, come medico, durante l’emergenza COVID-19?

Oltre a prestare servizio presso la cardiologia che, seppur ad attività ridotta, è sempre rimasta attiva durante l’emergenza, ho avuto il ruolo che è toccato a tutti noi non avvezzi a curare le polmoniti.
Ho trascorso buona parte dell’emergenza in reparti COVID dedicati in supporto ai colleghi pneumologi e internisti.
In questo contesto noi sanitari abbiamo imparato a dedicarci non solo alla cura dei pazienti, ma anche ad essere il tramite tra l’assistito e i suoi cari.
Dare buone notizie è più semplice, ma quando l’argomento diviene un peggioramento clinico che devi comunicare al telefono, non è un’esperienza piacevole né per chi riceve né per chi comunica la notizia. Ricordo interminabili attimi di silenzio dopo aver dato notizie spiacevoli e, spesso, inattese, perché questa malattia è caratterizzata anche da cambiamenti clinici improvvisi non sempre prevedibili.

 

Come ti sei sentito durante il periodo di emergenza fuori dal tuo reparto e come è stato tornare a svolgere il tuo lavoro?

Non è stato un problema di dov’ero, ma di competenze. Durante l’emergenza, non ci sono state solo carenze di personale in termini numerici, ma soprattutto di personale qualificato a gestire questo tipo di pazienti critici.
Io, in primis, normalmente non mi occupo di polmoniti virali e non sentirsi sempre all’altezza non è una sensazione gratificante, ma con gioco di squadra e grazie alla presenza costante dei colleghi rianimatori, abbiamo fatto del nostro meglio per sopperire alle mancanze individuali.
Alla seconda parte della domanda ancora non so rispondere e ci tengo a dire che anche se va meglio, non è certo finita.
Siamo ancora in una fase di transizione, ma spero riprenderemo presto  tutta l’attività cardiologica anche per far fronte alla richiesta di prestazioni che non abbiamo potuto garantire in questo periodo COVID centrico.

La ripresa andrà pensata con al centro, prima di tutto, la sicurezza per il personale e i pazienti.

 

Come è stato rapportarsi con colleghi di altri reparti e di altre specializzazioni? C’è stata una buona collaborazione?

Ottimo, pur nella negatività della situazione, si è creato un clima positivo e di piena collaborazione. Colgo l’occasione per ringraziare i colleghi pneumologi e internisti con cui ho lavorato in questi mesi. Un sincero plauso anche e soprattutto ai giovani medici volontari che hanno risposto all’appello di aiuto e ci hanno regalato energie ed entusiasmo.

Non dimenticate i nostri giovani…..gli ospedali li fanno le persone che ci lavorano!!!

 

Puoi raccontare un episodio o un incontro che ti ha particolarmente colpito in questi mesi di emergenza?

È tardo pomeriggio, un paziente giovane peggiora.

Chiamo il collega rianimatore che mi raggiunge, lo valuta e decide di procedere con l’intubazione. Spiega tutto al malato e avvisa la fidanzata del paziente. Sono ammirato dalla sua pazienza nonostante i suoi occhi, dietro la maschera, siano quelli di un uomo provato. Prima di procedere andiamo in studio medico a controllare gli ultimi dettagli sulla cartella e il mio collega ha un momento di sconforto, quegli stessi occhi stanchi ora lacrimano. Sono il segno di chi ha dovuto affrontare scelte difficili troppe volte in troppo poco tempo, di chi prende in carico un malato non sapendo se ci saranno le energie e le risorse umane per seguirlo come meriterebbe. Si riprende subito e riparte. Dietro a ogni camice bianco, prima c’è un uomo. Intanto il suono di un violino diffonde le note dell’inno di Mameli. L’Italia chiamò.